Cosa leggere se ti piace Shadow of the Colossus?

Benvenuti in questo nuovo episodio della rubrica in cui vi suggerisco un’opera letteraria da leggere in base ai vostri gusti videoludici. Oggi, il videogioco preso in esame è un vero e proprio monumento della storia non solo di PlayStation, ma dell’intero medium videoludico. Si parla infatti di Shadow of the Colossus, il capolavoro scritto e diretto da Fumito Ueda, uscito originariamente nel lontano 2005 per PlayStation 2. Titolo che ha visto poi una riedizione in HD nel 2011 per PlayStation 3 e, nel 2018, un remake per PlayStation 4.
Ma qual è l’anima di Shadow of the Colossus? Perché è riuscito a fare una breccia così profonda nei cuori di pubblico e critica? E, soprattutto, che opera posso leggere se ho amato questo meraviglioso videogioco? Iniziamo.

Amore
Shadow of the Colossus è un gioco che essenzialmente parla di amore e di cosa siamo disposti a sacrificare e fare in nome di questo sentimento. Il protagonista della storia, Wander, si sta dirigendo insieme al suo fidato cavallo Agro e il cadavere di una giovane fanciulla di nome Mono all’interno di un’enorme landa il cui accesso è stato proibito agli esseri umani. Wander, infrangendo questo divieto, accede al territorio. Conosce una leggenda secondo cui all’interno del Sacrario del Culto – un tempio antico situato all’interno di queste terre – può essere eseguito un rito per riportare in vita i morti. Il ragazzo è ciecamente intenzionato a riportare in vita Mono, quasi come se si sentisse in colpa per la sua morte. La verità è che non ci verrà mai detto quale sia stato il motivo della morte di Mono; l’unica cosa che realmente importa a Fumito Ueda con Shadow of the Colossus è mostrare la determinazione di un ragazzo nel provare a fare qualsiasi cosa pur di riportare in vita una persona amata.
E, attenzione. Per amore, non si intende per forza l’amore tra due ragazzi innamorati. Da quel che ne sappiamo, Wander e Mono potrebbero essere pure fratello e sorella. Ueda vuole farci capire che quello che conta non è il tipo di rapporto che intercorre tra due persone ma il sentimento che li lega. E Wander e Mono sono legati da un amore sincero e profondo.

Una volta giunto al Sacrario, Wander ha un dialogo con l’entità sovrannaturale, di nome Dormin, che domina su quelle terre, la quale illustra a Wander cosa deve fare per compiere il rito: dovrà abbattere sedici colossi, delle creature mastodontiche, in modo da spezzare i rispettivi sedici idoli all’interno del tempio e poter dunque permettere a Dormin di riportare in vita Mono. Tutto questo, però, a un prezzo. Non viene mai detto esplicitamente quale sia il dazio da pagare, ma in fondo Wander riesce a immaginare che un’impresa di questo tipo potrebbe richiedere la sua stessa vita in cambio. Nonostante questo, decide comunque di accettare l’offerta di Dormin e di partire in compagnia del suo destriero Argo in queste vaste terre desolate alla ricerca dei sedici colossi da abbattere. Solo ed esclusivamente per amore.

Ombra
Le terre proibite di Shadow of the Colossus sono letteralmente desolate. A parte qualche piccola forma di vita, lo scenario proposto da Ueda e dal suo Team ICO è tanto maestoso quanto solitario. Gli unici rumori e suoni che sentiremo saranno quelli degli zoccoli di Agro e del vento che fruscia tra le foglie degli alberi. Il senso di solitudine che il gioco vuole trasmettere era davvero qualcosa che non si era mai visto nel medium videoludico. A parte i colossi, non vi sono altri nemici da abbattere, NPC con cui dialogare o missioni secondarie da compiere. In un certo senso, è come se il gioco stesso ci voglia suggerire che l’unica cosa che realmente conta è l’abbattimento dei colossi; non c’è tempo di pensare ad altro, Mono va resuscitata e l’unico modo per riportarla in vita è distruggere queste gigantesche creature. Creature che, tra l’altro, non hanno fatto letteralmente niente di male. Secondo questa prospettiva, infatti, il vero villain di Shadow of the Colossus è rappresentato da Wander stesso che, pur di arrivare al proprio obiettivo, è disposto a uccidere degli esseri innocenti. Non è un caso se, infatti, la musica che accompagnerà l’abbattimento di ogni colosso non avrà affatto un arrangiamento trionfale e vittorioso, bensì triste e malinconico.

Man mano che Wander sconfiggerà i colossi, perderà sempre di più la sua umanità. Un aspetto che il gioco sottolinea facendo vedere un cambio dei colori della carnagione di Wander stesso. La missione che sta compiendo va a sfidare le leggi del divino e della natura, perché forse i morti vanno lasciati dove li possiamo tenere realmente vivi: nei nostri ricordi. Tuttavia, Wander non la pensa così e nonostante soffra e veda su se stesso gli effetti di ciò che sta compiendo, non demorde e va avanti fino all’uccisione di tutti e sedici i colossi. Alla fine del gioco, Mono si risveglierà ma Wander, divenuto un’ombra dopo aver perso ogni briciolo della sua umanità, sparirà.

Nonostante si possano dire ancora moltissime cose sulla simbologia e su come Shadow of the Colossus abbia influenzato pesantemente tantissimi game designer – tra tutti, Hidetaka Miyazaki e Yoko Taro -, ciò che è stato detto è abbastanza da poter darvi tutto il contesto necessario per comprendere il libro che consiglio in associazione a questo titolo. La tragedia di Wander e Mono ha infatti un’eco in un mito che risale all’antica Grecia e, oggi, vi consiglio una riproposizione drammaturgica di quel mito scritta da Agnolo Poliziano nel 1480: la Fabula di Orfeo.
Fabula di Orfeo

Il mito di Orfeo ed Euridice è uno dei miti più famosi e celebri di tutto il corpus epico classico. Per quanto riguarda gli scritti in cui è possibile leggere tale storia, ve ne sono diversi. Il più celebre è, probabilmente, un passo contenuto all’interno delle Metamorfosi di Ovidio, risalente all’8 d. C. Il mito è poi stato ripreso da moltissimi intellettuali e scrittori. La Fabula di Orfeo è uno di questi e, rispetto ad altre opere in cui la tragedia di Orfeo ed Euridice è solamente una delle tante storie raccontate, il dramma teatrale di Poliziano si focalizza invece solo ed esclusivamente sul mito di Orfeo.
Orfeo, lirico e poeta dell’antica Grecia, è disperato per la morte della sua amata Euridice per colpa del morso di un serpente. Completamente riluttante all’idea di non poter più stringere tra le sue mani la sua giovane amata, decide di sfidare le leggi della natura e recarsi nell’Ade per poter riportare in vita Euridice. Nessun uomo era mai riuscito in un’impresa del genere, ma l’amore che Orfeo prova ancora per Euridice lo riempie di una speranza e di una tenacia che, probabilmente, solo un vero innamorato può provare. A tal proposito, vi consiglio anche di ascoltare questa splendida canzone di Roberto Vecchioni, in cui il cantautore milanese, impersonando Orfeo, racconta lo struggimento del poeta per la perdita di Euridice e la volontà di farla tornare nel mondo dei vivi:

Orfeo riesce ad arrivare nel cuore dell’Ade e davanti a sé trova i due regnanti degli inferi: Plutone e Proserpina. I due non vogliono affatto cedere alla richiesta del poeta. E così, Orfeo inizia a intonare un canto che, secondo la leggenda, fece piangere non solo Proserpina, ma tutte le creature mitologiche del mondo greco. Provando compassione per il poeta, a Orfeo viene concessa la possibilità di riportare in vita Euridice. I due potranno uscire insieme dagli inferi, ma Orfeo non dovrà mai voltarsi per vedere l’amata prima del raggiungimento del mondo terreno. Come è risaputo, Orfeo, spinto dalla cecità e dalla voglia di ricongiungersi con Euridice, si volterà prima del dovuto e tutto ciò che vedrà sarà solo l’ombra di Euridice per sempre risucchiata nell’Ade.
Da lì in poi, Orfeo sarà un poeta depresso e affranto e Poliziano racconta anche la sua morte per mano delle Baccanti, sacerdotesse e seguaci di Dioniso. La leggenda vuole che Orfeo verrà decapitato e la sua testa gettata in un fiume, dove la sua bocca sarà ancora aperta a intonare versi per Euridice.

Ciò che accomuna Shadow of the Colossus alla Fabula di Orfeo è la motivazione che muove i protagonisti delle due opere: l’amore e l’essere disposti a tutto per esso. Probabilmente, sia Wander che Orfeo sanno benissimo che stanno sfidando la natura stessa o, se vogliamo, il divino. La loro posizione di non accettazione della realtà in due mondi in cui sono presenti dèi ed entità sovrannaturali li spinge a non voler fermarsi, in un certo senso, alla condizione stessa di essere umano e provare ad andare oltre le proprie possibilità. Ueda e Poliziano, così come gli antichi greci, parlano direttamente al cuore di ognuno di noi e al confronto con la perdita di un nostro caro, dando però poi alla fine una visione molto laica: non è possibile uccidere la morte, perché la morte fa parte di ognuno di noi e provare a eliminarla è come eliminare e uccidere noi stessi. E, se ci pensate, è proprio ciò che accade a Wander e Orfeo: tanto innamorati, quanto ciechi.
Cosa rimarrà quindi di queste dolorose storie d’amore? Le storie stesse. E l’arte, in questo senso, è l’unico vero modo che noi esseri umani conosciamo per sconfiggere la morte. La cultura e il tramandare ciò che siamo alle generazioni future con le nostre opere è esattamente ciò che l’uomo può fare per trascendere i propri limiti. E sono sicuro che, anche tra cento anni, si parlerà ancora della tragedia di Shadow of the Colossus e di Orfeo ed Euridice.

Se siete arrivati fin qui, non posso che ringraziarvi. Oggi si è parlato di due opere che mi stanno molto a cuore e spero di essere riuscito a trasmettere questo sentimento attraverso le mie parole. Se avete domande, curiosità o riflessioni, non siate timidi e non esitate a commentare. Come sempre, sarò lì pronto a leggervi e rispondervi. Grazie ancora.
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fonte : https://www.gamesource.it/editoriali/cosa-leggere-se-ti-piace-shadow-of-the-colossus/

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