El Hijo – Recensione

El Hijo, se se ne cercasse una definizione nel metaforico dizionario del videogame, sarebbe sicuramente una delle reference alla voce “Indie“, e non per la sua collocazione produttiva, chiaramente tale, ma per quanto, volente o nolente, finisca per rispettare gli (e ricadere negli) stilemi della categoria in quasi tutti i suoi aspetti: non ha una meccanica assurda e unica nel suo genere da urlare, ruolo che per ora rimane, come forse deve, ai ben più blasonati AAA, ma ha voglia di condividere un’identità artistica e una semplicità creativa che sono in grado di renderlo davvero unico, per quanto, come detto sopra, pienamente nei confini territoriali dell’ “Indie-land”.

Vista la natura indie di El Hijo, abbiamo piacere di contestualizzarne la genesi, punto di partenza che sicuramente possiamo ritrovare in Maria Grau Stenzel, capo creativo dello stealth game di Honig Studios, lo studio berlinese per il quale lavora dal 2013; Honig è uno studio che lavora su molti fronti ed El Hijo è solamente l’ultima fatica, la prima in contesto videoludico (tralasciando “Invisible Bottles”).
Già 2 anni fa, nella nostra prova a Colonia (che potete leggere qui), Maria ci aveva raccontato di come la storia fosse nata come omaggio a “El Topo”, film del 1970 diretto e sceneggiato da Alejandro Jodorowsky, che ne curò anche i costumi e la colonna sonora: “El Topo” nel tempo ha ispirato molti artisti, da John Lennon, a David Lynch, Marilyn Manson, i Kasabian, ma anche gli italiani Timoria e perfino Franco Battiato; in contesto videoludico le opportunità creative del lungometraggio non sono da meno, un esempio è quello di Goichi Suda che lo confermò come fonte d’ispirazione principale per il suo “No More Heroes”.

Stenzel aveva un’idea precisa di come El Hijo sarebbe dovuto essere, soprattutto a livello estetico, e dobbiamo confessarvi che è proprio questo aspetto a rappresentare la prima grande sorpresa, tanto nella prova di 2 anni fa quanto in fase di recensione. Ogni scorcio del titolo è un rispettoso omaggio all’immaginario western che la tradizione cinematografica degli anni ’60 e ’70 ha creato e gradualmente esaltato, fino a farlo diventare irriproducibile sedimento nel genoma stesso del genere: ogni pixel color Terra di Siena, ogni rintocco di campana, ogni colpo di pistola rimandano a quel contesto narrativo, alle storie di buoni che ancora non si caricavano del peso della salvezza del mondo e di cattivi che non per forza miravano alla sua totale distruzione, e che piuttosto lottavano per la salvezza di una persona, di una famiglia, di una piccola cittadina, ben lontani dai supereroi che popolano le pellicole moderne.
Era un mondo nel quale i ruoli di buoni e cattivi erano così fragilmente definiti da essere prossimi a sgretolarsi, sotto il sole cocente del deserto.

In El Hijo il percorso dell’eroe è ristretto e ripulito della sua complessità, complice il suo protagonista: un bambino di 6 anni, abbandonato dalla madre in un monastero dopo l’incendio doloso della loro casa. Qui noi siamo chiaramente buoni ed è la ricerca della madre a spingerci alla fuga, fuga nella quale dovremo dilettarci fra sassi tirati per far rumore e rumorosi giocattoli a carica. La natura stealth di El Hijo si chiarisce fin da subito e non si smentirà mai durante tutta l’avventura: inizialmente muniti solamente di alcuni sassi, dovremmo sfruttare al meglio ogni angolo buio e anfratto nascosto per sfuggire dal monastero e poi attraverso i 30 livelli che costituiscono l’avventura.
Ovviamente se per 30 livelli potessimo usare solo i sassi, tutto diventerebbe molto monotono e molto velocemente, iceberg che El Hijo evita con classe, introducendo gradualmente 4 altri strumenti di sotterfugio. È all’inserimento del secondo di questi 5 diversi gadget che notiamo la prima stortura di naso, perché, se da un lato la maggior parte degli scenari che il gioco ci fa affrontare possono essere risolti in più di un modo, caratteristica che non spinge troppo sulla rigiocabilità quanto piuttosto sulla capacità del titolo di sapersi a grandi linee adattare al playstyle di ognuno di noi, dall’altro lato il gadget in questione non si comporta mai come dovrebbe o come ci si aspetta, non riuscendo ad esempio a distrarre quel pistolero, o ad allontanare quel monaco insospettito. Nei livelli successivi siamo arrivati addirittura a ignorare l’esistenza di questo gadget, ingegnandoci piuttosto nell’utilizzo degli altri disponibili.

Parlando della struttura dei livelli, abbiamo da complimentarci con il team per la frequenza e il posizionamento dei check-point, visibili in mappa come dei particellari blu fluttuanti; considerando anche la velocità di caricamento nel momento in cui veniamo individuati e catturati, El Hijo riesce a non essere mai tedioso e a non farci pesare i nostri errori, perfino nelle sezioni più caotiche o piene di nemici con lo sguardo costantemente puntato a pochi centimetri dal nostro giovane alter-ego.
Certo, i nemici non hanno una vera e propria intelligenza artificiale, ricorrendo il più delle volte a una posizione statica ma strategicamente perfetta (per loro, non per noi) o a semplici routine ripetute che possiamo guardare attentamente e quindi prevedere.

Un problema più concreto è invece quello relativo all’eccessiva complessità dei livelli, in particolare e quasi esclusivamente nelle prime sezioni; quasi da subito viene infatti inserito nel gioco un obbiettivo secondario relativo all’interazione di El Hijo con altri bambini, cosa che sì stimola l’esplorazione ma che spesso ci ha fatto letteralmente perdere nella mappa, portando a diversi giri a vuoto pieni di frustrazione.
Fedele compagno del protagonista è un piccolo volatile che, alla pressione di un tasto, ci permetterà una veduta dell’area con un po’ più di elevazione, elemento che rende evidenti i coni di visione nemici e che è sicuramente stato integrato per facilitare la lettura della mappa, ma che non riesce a essere d’aiuto nelle spiacevoli situazioni di smarrimento descritte poco sopra.

Se a livello visivo l’identità di El Hijo non si lascia fraintendere, il comparto sonoro non è nulla di eccessivamente esaltante; il guizzo più interessante, anche se è forse stato motivato da restrizioni di budget più che da un paletto creativo ben fisso a terra, è la totale assenza di doppiaggio o dialoghi. L’intero svolgersi narrativo del titolo è infatti affidato a cutscene piuttosto semplici, sia a livello contenutistico che come animazione, veicoli apparentemente perfetti per raccontare storie universali ma che qui riescono più nell’intento di trasmettere lo svolgersi degli eventi davanti ai nostri occhi che i motivi che spingono il nostro personaggio, o le emozioni provate nella consecutio di avvenimenti o ancora il “perché” di tutto.
È sempre ben accetto quando una storia piazza i puntini e non li collega pretenziosamente al posto nostro, ma El Hijo lavora narrativamente su molte più incognite di quante potrebbe permettersene, a nostro dire.

El Hijo è un prodotto fatto con il cuore e questo è qualcosa che traspare in molti suoi aspetti. È uno stealth game profondamente ispirato e rispettoso dell’immaginario western che tanti film hanno contribuito a creare, compreso quel “El Topo” da cui così fortemente si ispira, un piccolo omaggio a una tradizione narrativa dalla quale dovrebbe forse prendere una maggior chiarezza e una più dosata lunghezza. Le sezioni di gioco puro sono piacevoli e, se si lascia correre la sensazione di smarrimento qui e lì, è piacevole percepire la sensazione di poter risolvere l’enigma che si ha davanti in almeno un paio di modi. Purtroppo la storia si perde un po’ fra il mutismo selettivo dei suoi character e degli avvenimenti che non sembrano che legati dal caso, ma il titolo di Honig Studios rimane piacevole e siamo convinti rimarrà piacevolmente nella nostra memoria come un gioco che appieno abbraccia la natura di tutto ciò che è indie e che mai lo dimentica o ce lo fa dimenticare.
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fonte : https://www.gamesource.it/recensioni/el-hijo-recensione/

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